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Studio Legale Distefano, dal 1980 esperti in diritto civile a Catania.

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Mobilità docenti: ricorsi avverso i trasferimenti.

Lo Studio Legale Distefano, comunica di avere intrapreso a firma dell'Avvocato Nunzio Distefano, numerose azioni giudiziarie davanti i Tribunali del lavoro competenti per territorio, relativamente alla mobilità docenti A.S. 2016-2017, per il triennio del 2016-2019, disposto ai sensi della L. 107/2015 "c.d. buona scuola". 

I ricorsi cautelari proposti ai sensi dell'art. 700 c.p.c. già depositati presso i Tribunali competenti sono in attesa di giudizio. Ci preme fortemente la questione, non soltanto per le anomalie sul piano giuridico, ma sopratutto per le disparità e le problematiche sul piano umano, che l'applicazione della fase di mobilità ha causato. Sono troppi i nuclei familiari divisi e separati, a nostro avviso in violazione della normativa e di principi generali dell'ordinamento, in connessione con le Graduatorie Ad Esaurimento.

Si segnala come Tribunale di Salerno, sez. Lavoro, abbia accolto con ordinanza, il ricorso di una maestra di scuola elementare, che il sistema di assegnazione aveva trasferito in Emilia Romagna. 

http://www.ilmattino.it/salerno/stop_del_giudice_al_trasferimento-1943169.html

 

Cass. 14188/2016 Responsabilità precontrattuale

Ricostruzione della Sentenza della Suprema Corte di Cassazione I sez. civ. 14188/2016

Con la sentenza sopra indicata, la Suprema Corte ha ribadito ed espresso l’orientamento dottrinario prevalente e maggioritario relativamente alla natura giuridica della responsabilità precontrattuale. La Corte coglie l’occasione della pronuncia, in seguito ad un ricorso proposto avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma, la quale negava il diritto alla tutela risarcitoria degli appellanti, per intervenuta prescrizione quinquennale, presupponendo  e riconducendo la responsabilità precontrattuale nell’ambito della responsabilità extracontrattuale.

La Cassazione tuttavia, ha accolto il primo motivo di ricorso, cassando la decisione del giudice di secondo grado.

Passaggi importanti di tale pronuncia, si rinvengono nella comparazione e ricostruzione delle diverse impostazioni dottrinarie sul punto.

Segnatamente la Corte evidenzia come l'orientamento della giurisprudenza di legittimità è stato, come dianzi detto, per lungo tempo ancorato alla tradizionale concezione della responsabilità precontrattuale come responsabilità di tipo aquiliano, riconducibile al disposto dell'art. 2043 c.c., con la conseguenza che la prova dell'esistenza e dell'ammontare del danno, nonchè del dolo o della colpa del danneggiante, è a carico del danneggiato e che il termine di prescrizione del diritto azionato è quinquennale, ai sensi dell'art. 2947 c.c. (cfr., ex plurimis, Cass. 9157/1995; 15172/2003;15040/2004; 16735/2011).

Tuttavia non può non rilevarsi come la dottrina italiana, abbia prefigurato una forma di responsabilità che si colloca "ai confini tra contratto e torto", in quanto radicata in un "contatto sociale" tra le parti che, in quanto dà adito ad un reciproco affidamento dei contraenti, è "qualificato" dall'obbligo di "buona fede" e dai correlati "obblighi di informazione e di protezione", del resto positivamente sanciti dagli artt. 1175, 1375, 1337 e 1338 c.c.. Viene, per tale via, ad esistenza la figura di un rapporto obbligatorio connotato, non da obblighi di prestazione, come accade nelle obbligazioni che trovano la loro causa in un contratto, bensì da obblighi di protezione, egualmente riconducibili, sebbene manchi un atto negoziale, ad una responsabilità diversa da quella aquiliana e prossima a quella contrattuale, poichè ancorabili a quei fatti ed atti idonei a produrli, costituente la terza fonte delle obbligazioni menzionata dall'art. 1173 c.c..

Si osserva, al riguardo, che la teoria degli obblighi di protezione -la cui violazione dà luogo ad une responsabilità di tipo contrattuale ha un preciso fondamento dogmatico nelle norme che costruiscono il rapporto obbligatorio come un "rapporto complesso", le cui finalità di tutela non si riducono al solo interesse alla prestazione, definito dall'art. 1174 c.c., ma che ricomprendono anche l'interesse di protezione, preso in considerazione dalla norma successiva di cui all'art. 1175 c.c.. Nella teoria del rapporto obbligatorio - come rielaborata dalla dottrina italiana prevalente - viene messo in luce, dunque, come il proprium della responsabilità contrattuale non sia più costituito dalla violazione di una pretesa di adempimento, bensì dalla lesione arrecata ad una relazione qualificata tra soggetti, in quanto tale sottoposta dall'ordinamento alla più pregnante ed efficace forma di responsabilità, rispetto a quella aquiliana, rappresentata dalla responsabilità di tipo contrattuale (prescrizione decennale, inversione dell'onere della prova a favore del danneggiato, maggiore estensione del danno risarcibile, stante l'applicabilità solo a quest'ultima del disposto di cui all'art. 1225 c.c.).

L’accoglimento della seconda impostazione, ha portato la Corte ad affermare che l’elemento qualificante di quella che può ormai denominarsi "culpa in contrahendo" solo di nome, non è più la colpa, bensì la violazione della buona fede che, sulla base dell'affidamento, fa sorgere obblighi di protezione reciproca tra le parti. Ne discende che la responsabilità per il danno cagionato da una parte all'altra, in quanto ha la sua derivazione nella violazione di specifici obblighi (buona fece, protezione, informazione) precedenti quelli che deriveranno dal contratto, se ed allorquando verrà concluso, e non del generico dovere del neminem laedere, non può che essere qualificata come responsabilità contrattuale.

[…]Il "non rapporto" caratterizza, pertanto, la responsabilità civile aquiliana, nella quale la rilevanza giuridica del contatto semplice tra soggetti viene alla luce solo nel momento della lesione, generando l'obbligo del risarcimento, laddove nella relazione da "contatto sociale qualificato" sussiste un rapporto connotato da obblighi già a monte della lesione, ancorchè non si tratti di obblighi di prestazione (art. 1174 c.c.), bensì di obblighi di protezione correlati all'obbligo di buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.).

Logica conclusione cui è quindi pervenuta la I Sez. Civile, è che la responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., resta, pertanto, limitata al solo ambito nel quale si riscontrino lesioni ab extrinseco a beni o interessi altrui, al di fuori di qualsiasi rapporto preesistente che si ponga come fonte di obblighi di vario genere (di prestazione e/o di protezione), tali da radicare una responsabilità di tipo contrattuale. 15. Non mancano, tuttavia, specifiche statuizioni di questa Corte proprio nel senso della configurabilità - che qui più interessa - della responsabilità precontrattuale come responsabilità contrattuale da "contatto sociale qualificato".

Dal complesso quindi della pronuncia, la Corte afferma come la parte che agisca in giudizio per il risarcimento del danno subito nella fase che precede la stipula del contratto, non è tenuta a provare l'elemento soggettivo dell'autore dell'illecito (dolo o colpa), versandosi - come nel caso di responsabilità da contatto sociale, di cui la responsabilità precontrattuale costituisce "una figura normativamente qualificata" - in una delle ipotesi previste dall'art. 1173 cod. civ. (Cass. 27648/2011). La decisione si pone, pertanto, perfettamente in linea con la vista impostazione dottrinale che considera la struttura della "culpa in contrahendo" come fondata, non più sulla colpa, bensì sulla violazione della buona fede nelle trattative, ed il "contatto sociale qualificato" come fatto idoneo a produrre obbligazioni, ai sensi dell'art. 1173 c.c..

La Cassazione ha quindi stabilito che vertendosi in ipotesi di responsabilità di tipo contrattuale, deve applicarsi alla fattispecie concreta il termine decennale di prescrizione, ai sensi dell'art. 2946 c.c.

 A cura di Avv. Nunzio Distefano

 
 

Risoluzione e restituzione Cass. 15461 del 26 luglio 2016

La facoltà di mutatio libelli (art. 183 com. VI c.p.c.), con riferimento alla possibilità per l’attore di sostituire l’originaria domanda di adempimento del contratto con la domanda di risoluzione dello stesso, si estende anche alla domanda consequenziale e accessoria di restituzione se proposta contestualmente o, comunque, nel medesimo grado di giudizio in cui è proposta la prima. (Cass. 15461/2016). La Seconda Sezione della Corte di Cassazione ha stabilito come «Ove nel giudizio di primo grado sia stata proposta ab initio domanda di adempimento del contratto e, successivamente, l’attore abbia modificato la domanda iniziale per sostituirvi la domanda di risoluzione del contratto senza tuttavia avanzare domanda di restituzione delle prestazioni effettuate, al giudice d’appello è preclusa, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., la possibilità di prendere in esame la domanda restitutoria avanzata per la prima volta in grado d’appello, trattandosi di domanda nuova, inammissibile nel giudizio di gravame». 
Deve rilevarsi comunque la possiibltià di ottenere la restituzione della prestazione eseguita dalla parte diligente, in separata sede, ottenendo sentenza di condanna alla restituzione.

A cura di Avv. Nunzio Distefano

 
 

Cass. S.U. 5068/2016 Breve analisi sulla donazione di cosa futura o altrui

Le Sezioni Unite, a seguito di ordinanza di rimessione della Seconda Sezione Civile, hanno affrontato l’annosa questione della configurabilità o meno di una donazione di cosa altrui, e della sua riconducibilità o meno, in via analogica alla disciplina dell’art. 1478-1479 c.c. (vendita di cosa altrui), ovvero alla sua inclusione nel divieto, con conseguente nullità, previsto dall’art. 771 c.c..

La Sezione Semplice rimetteva la questione alle Sezioni Unite, formulando il seguente quesito: “Se la donazione dispositiva di un bene altrui debba ritenersi nulla alla luce della disciplina complessiva della donazione e, in particolare, dell'art. 771 c.c., poichè il divieto di donazione dei beni futuri ricomprende tutti gli atti perfezionati prima che il loro oggetto entri a comporre il patrimonio del donante e quindi anche quelli aventi ad oggetto i beni altrui, oppure sia valida ancorchè inefficace, e se tale disciplina trovi applicazione, o no, nel caso di donazione di quota di proprietà pro indiviso”. Tale richiesta, si fondava su precedenti orientamenti dottrinari, che avevano trovato riscontro in alcune pronunce della Cassazione, a cui quindi la Sezione Semplice, riteneva opportuna dare risposta con pronuncia chiarificatoria.

Le Sezioni Unite disattendendo nelle premesse le considerazioni della Sezione Semplice, hanno iniziato la propria riflessione partendo da un analisi  del fenomeno donativo, così come specificato dall’art. 769 c.c, aderendo alla c.d. teoria mista. 

La qualificazione del contratto di donazione passa pertanto sia dal dato oggettivo - ossia l’arricchimento di un soggetto, il donatario, ed il correlativo depauperamento del patrimonio del donante -, sia dal dato soggettivo del soggetto disponente, identificato nell’animus donandi.

Fatta questa premessa, la Suprema Corte, supera il precedente dualismo dottrinario e giurisprudenziale relativo alla qualificazione della conseguenza di una donazione di cosa altrui, analizzando il fenomeno, da reputarsi unitario, sia per quanto attiene un bene totalmente altrui, sia relativamente ad un bene, su cui un soggetto vanti pro quota indivisa (tanto per comunione ereditaria o ordinaria, purché su più beni, specificando in sentenza l’estraneità al fenomeno,  dell’ipotesi di comunione su un singolo bene)- da intendersi come parzialmente altrui -, ponendo come punto centrale la "causa" della donazione.

Se la dizione dell’art. 769 c.c. indica l’azione del donare come “disporre o obbligarsi a fare-dare”, l’altruità della cosa di cui entrambi i soggetti del contratto di donazione non siano consapevoli, determinerà una nullità, non per violazione dell’art. 771 c.c. (che prevede la nullità di cosa futura sia se non esistente in natura o nel patrimonio del donante), ma altresì per violazione dell’art. 1418 com. 2, ossia mancanza di uno degli elementi essenziali del contratto. 

Se la teoria mista che identifica gli elementi essenziali del contratto di donazione, prevede come nucleo fondamentale il binomio arricchimento-depauperamento/animus donandi, difettando la consapevolezza dell’altruità della cosa, all’interno del contratto, non si realizzerà la causa tipica del contratto di donazione, con conseguente opportuna riconduzione del fenomeno alla nullità come prevista dalla disciplina generale del contratto.

Nel caso in cui invece, l'altruità della cosa non fosse comunque nota alle parti, può sostenersi per il donatario l'applicazione dell'art. 1159 c.c., dovendosi reputare il titolo di provenienza astrattamente valido, in caso contrario l'altruità della cosa di cui sia a conoscenza il donante, impedirebbe "astrattamente" il trasferimento del possesso.

Qualora invece, le parti siano consapevoli dell’altruità della cosa, e di ciò venga fatta esplicita menzione nel contratto di donazione, e il donante “assume l’obbligo di far acquisire” al donatario la titolarità del diritto che ancora non rientra nella propria sfera giuridica, in tal caso sarà valido il contratto di donazione obbligatorio e la causa integra.

Questione - di non scarsa rilevanza - non risolta dalla Cassazione, riguarda invece l’applicazione analogica dell’art. 1478 com.2 c.c., relativamente alla necessità o meno di un negozio che determini il trasferimento al donatario, del diritto per il quale il donante ha assunto l’obbligo. 

La lettera in tema di vendita di cosa altrui, prevede un immediato trasferimento in capo al terzo avente causa, verso cui il venditore si è obbligato, con relativi adempimenti nei pubblici registri. 

Allo stato, nel caso della donazione di cosa altrui, sembrerebbe più prudente, benché più oneroso, vista l’assenza di una specifica indicazione codicistica o di una interpretazione giurisprudenziale, effettuare probabilmente un adempimento traslativo.

Avv. Nunzio Distefano
 
 

Limiti al riconoscimento di sentenza della Sacra Rota sulla nullità del matrimonio

La convivenza coniugale protrattasi per un congruo periodo di tempo (almeno 3 anni) costituisce un limite di ordine pubblico al riconoscimento della sentenza del Tribunale ecclesiastico dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per vizi del consenso. (Cass. 13515/2015)

 
 

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